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- Subito, a me il protocollo e il brief -, tuona l’art
director mentre centellina l’ennesimo caffè amaro.
Riunione plenaria. - Il nostro compito è rafforzare il messaggio
con un progetto – esordisce perentorio dopo
aver scrollato l’ultima goccia scura tenacemente rappresa
sul fondo del bicchierino di plastica, densa e lucida come un’unghia
di onice. – Sapete qual è la differenza tra la pubblicità
e il graphic design? La pubblicità è un urlo, il graphic
design è l’urlo – ci catechizza con un sorriso
sardonico lanciato sui nostri occhi accigliati ed inespressivi.
– Voglio dire – continua insinuandosi tra le rughe delle
nostre fronti - che quando pensiamo, scriviamo, disegniamo, progettiamo,
dobbiamo imporci, imporre uno stile, identificativo, originale e
autentico per rendere riconoscibile il cliente, il marchio, il prodotto
e, perché no, noi stessi -. E, allora, - conclude soddisfatto
- poiché lavoriamo con metodo per progettare, applichiamo
sempre lo stile -.
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